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Neuron Guard: un sistema di raffreddamento intelligente per combattere danni cerebrali

Quando il tempo è fondamentale per salvare vite e sviluppare idee

Mary Franzese è tra le 12 donne che rappresentano l'eccellenza del fare impresa in Europa. Cofounder e CMO di Neuron Guard, startup nata dall'idea di Enrico Giuliani, ci ha raccontato meglio di che si tratta e la loro storia.

 

Ci descrivi brevemente Neuron Guard?

 

Neuron Guard è una startup basata a Modena che sta sviluppando un dispositivo medico salvavita per il trattamento dei danni cerebrali acuti: questi sono la conseguenza di ictus, arresto cardiaco e trauma cranico. Questi eventi colpiscono una persona ogni sette secondi nel mondo: a livello globale, possiamo contare oltre 5 milioni di persone all’anno. Sono la prima causa di disabilità permanente e la seconda causa di morte per i pazienti oltre i 50 anni, con una spesa globale complessiva, secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, di oltre 300 miliardi di dollari l'anno. Si stima che per questo tipo di eventi traumatici il solo trattamento di emergenza costi alle strutture sanitarie 15 mila dollari.

 

In che modo pensate di affrontare questo problema che affligge tutto il mondo?

 

La risposta a questo problema è in un dispositivo medico che si basa sulla gestione della temperatura corporea. Questa funzione permette di bloccare la morte del patrimonio neuronale: questo non può essere rigenerato e quel che va perso lo è per sempre. Bisogna intervenire in quella che nella medicina d’emergenza è definita “golden hour”, ovvero l’ora durante la quale vi è la più alta probabilità che un pronto trattamento medico possa evitare la morte. Neuron Guard interviene in questo arco di tempo grazie a un dispositivo composto da due parti: un collare e un’unita di controllo.

 

Ci spieghi meglio le funzioni di questi dispositivi?

 

Il collare gestisce la temperatura: sulla base dei feedback che riceve dal collo del paziente, riesce a stabilire il tipo di trattamento terapeutico da applicare, quindi ipotermia terapeutica, riducendo così la temperatura al di sotto dei 37°, per una durata massima di 48/72 ore. In questo modo riusciamo a intervenire sulla temperatura del cervello, la riduciamo e blocchiamo la morte dei neuroni.

 

L'unità di controllo invece è la parte esterna che, mediante un collegamento con il collare, ne permette il funzionamento mediante la gestione da un’interfaccia utente. Quando il dispositivo è in azione, la macchina riesce a capire, grazie ai sensori posti all'interno del collare, in che modo il paziente sta reagendo al trattamento, intervenendo di conseguenza.

Il collare è anche una piattaforma tecnologica, perché permette di raccogliere tutti i dati relativi alla terapia: tramite questi dati, riusciamo ad avere un continuo monitoraggio sul paziente e sul trattamento praticato. Abbiamo quindi la possibilità di leggere in modo funzionale i dati a disposizione.

 

Quali saranno i vostri principali interlocutori?

 

Sicuramente gli ospedali, dove, penso alle sale operatorie, c'è l'esigenza di avere un dispositivo che permetta di gestire la temperatura, soprattutto dopo gli interventi cardio-chirurgici in cui i pazienti vanno incontro a complicazioni.

 

Se una persona è in ospedale è più facile monitorare i parametri. In stato di emergenza come può essere utilizzato questo dispositivo?

 

La nostra vision è quella di rendere Neuron Guard il defibrillatore automatico per i danni acuti, posizionandolo su tutte le ambulanze e in tutti i luoghi pubblici: puntiamo a farlo diventare un dispositivo intelligente che verrà utilizzato non solo dal personale medico, ma anche da quello laico.

 

Questo cosa significa?

 

Pensiamo per esempio agli attacchi cardiaci che possono esserci in un campo di pallavolo o da calcio: tante persone non si sono salvate perché le ambulanze sono arrivate tardi o le associazioni sportive non disponevano di un defibrillatore automatico. Riuscire a posizionare un dispositivo come il nostro in questo tipo di luoghi permetterà il salvataggio del paziente.

 

Al momento il dispositivo è in una fase di test e dev'essere prima certificato mediante un iter che prevede i test clinici in ospedale. In questo periodo, essendo il prototipo assemblato e pronto per i test, in attesa dell’approvazione ministeriale e del comitato etico scientifico, svolgeremo delle prove su volontari sani per verificare in che modo riusciamo a gestire la temperatura corporea sfruttando il collo come scambiatore termico. Le linee guida sull’arresto cardiaco e il trauma cranico suggeriscono una riduzione anche di un solo grado centigrado nella prima ora.

 

Ricapitolando: in un primo momento puntiamo ad essere presenti negli ospedali e nei pronto soccorso, in un secondo momento vogliamo posizionare Neuron Guard su tutte le ambulanze e nei luoghi pubblici.

Il nostro obiettivo è arrivare sul mercato il prossimo anno: vogliamo vendere il dispositivo agli ospedali nel 2018, una volta completato l'iter di studio clinico e ottenute le necessarie autorizzazioni dal Ministero della Salute e dei comitati etico-scientifici.

 

Avete individuato dei competitor?

 

All'interno degli ospedali ci sono dei dispositivi che possono fare solo freddo o caldo, per esempio coperte raffreddanti, cateteri intravascolari, fasce termiche. Sono ingombranti o invasivi e svolgono funzioni limitate. Per esempio la coperta raffredda tutto il corpo, cosa non necessaria per questo tipo di patologie e può provocare delle lesioni epidermiche da freddo al paziente, per non contare l'ingombro del "frigo refrigerante" che ha un costo che si aggira attorno ai 20 mila dollari.

 

Neuron Guard ha solo una piccola unità di controllo e il collare. Contiamo di farlo pagare a utilizzo, con una fee di 200 euro e noleggio dell'unità di controllo per chi ha poca necessità di utilizzo, e in comodato d'uso per gli ospedali di grandi dimensioni. Questo è un vantaggio. Inoltre Neuron Guard genera sia caldo che freddo, è portatile, ingombra poco, è ergonomico, e soprattutto non è invasivo. Rispetto a tutti gli altri dispositivi può

monitorare in modo tempestivo i parametri del paziente, gestendo la temperatura e comprendendone le reazioni. I vantaggi sono molti! Inoltre il nostro business model si propone sul mercato come un servizio e non tramite vendita in un’unica soluzione dell’intero apparato, proprio per agevolare le diverse strutture sanitarie spesso con risorse finanziarie a disposizione piuttosto ridotte.

 

Ci racconti la vostra storia?

 

Neuron Guard è nata nel 2013. Il dispositivo parte però nel 2012 con Enrico Giuliani, momento in cui è stato fatto il primo deposito della domanda di brevetto per il “collare terapeutico”. Ad oggi abbiamo ottenuto 2 brevetti, quello italiano e quello statunitense, e siamo in attesa di risposta da altri 12 paesi da noi selezionati, come per esempio Israele e Cina.

 

Nel 2013 Enrico arriva da solo a Milano e decide di partecipare a un programma di accelerazione per startup, abbandonando la carriera avviata come anestesista.

In quel periodo io stavo facendo un master in Imprenditorialità e strategia aziendale e mi è stata offerta la possibilità di partecipare a quel programma di accelerazione. Il match è stato perfetto! Io avevo studiato, avevo appreso e avevo una forte necessità di mettermi alla prova con un grosso cambiamento nella mia vita. Anche Enrico ha abbandonato i panni certi da anestesista per vestire quelli di imprenditore. È stata vera e propria serendipity! La nostra storia con Neuron Guard da quel giorno si è evoluta e fino ad ora abbiamo raccolto 1 milione e 400 mila euro.

 

Il team è composto solo da te ed Enrico?

 

Io Enrico lavoriamo full-time tra Modena, il resto dell’Italia e Cambridge (Inghilterra), ma con noi ci sono diversi consulenti e responsabili di progetto che ci accompagnano in questo viaggio: alcuni advisor clinico - scientifici a Cambridge (dove faremo uno studio pilota), una collaborazione con un’azienda inglese con cui abbiamo assemblato i dispositivi che stiamo utilizzando per i test, e un'altra consulenza dal punto di vista certificativo con un'altra azienda inglese per la parte di risk analysis utile per verificare e attestare la sicurezza e l’efficacia clinica del dispositivo, con le dovute certificazioni necessarie per la vendita di dispositivi medici come il nostro (Classe di rischio: 2B). Altre collaborazioni sono invece tra Vignola e Mirandola, dove siamo in contatto con aziende che si sono occupate dello sviluppo e della messa a punto dell'unità di controllo.

 

Stiamo cercando di chiudere un round da circa 2.5 milioni per finanziare la parte successiva e siamo alla ricerca di partnership commerciali e distributive per arrivare sul mercato.

 

Un consiglio per gli altri startupper: qual è la cosa più importante che avete imparato?

 

Innanzitutto non basta la sola idea, la quale deve necessariamente avere un mercato e quindi rispondere a dei bisogni ben precisi.

 

Una volta stabilita l'idea e il mercato di riferimento, la cosa più importante è circondarsi di persone che siano in grado di poter affrontare questo percorso imprenditoriale.

Fare una startup è un viaggio che può cambiare giorno dopo giorno, ricco di imprevisti.  Riuscire ad avere accanto persone competenti, motivate e appassionate permette di

affrontare questo percorso con maggiore semplicità e di trovare soluzioni a tutti gli imprevisti grazie al confronto, condividendo la propria idea.

 

In ultimo, cosa che ho imparato dalla nostra esperienza, è l'importanza di avere la propensione ad apprendere ed essere sempre curiosi. Sarà necessario occuparsi di moltissimi aspetti, mantenere vivo l'apprendimento senza mai limitarsi al proprio background.